Cosa tiene insieme il bagaglio e l’uomo?

In Lost & Found c’è un’altra perdita, molto più radicale: quella dell’identità di un uomo che viene fermato, interrogato, classificato. Come hai lavorato per tenere insieme queste due fragilità così diverse?

La valigia smarrita e il corpo interrogato funzionano come due dispositivi paralleli: uno racconta una perdita reversibile e risolvibile, l’altro una perdita che rischia di diventare definitiva. Ho cercato di farle dialogare senza gerarchie, lasciando che lo spettatore percepisse lo scarto e la risonanza tra queste due esperienze. Le due storie non si equivalgono, ma si disturbano. E in questo disturbo si apre una possibilità di empatia.

A volte non serve vivere la stessa esperienza, basta attraversarne una simile – anche minima – per ritrovarsi in una condizione di fragilità. Ed è lì che nasce una reazione, un possibile avvicinamento.

Tenere insieme queste due traiettorie significa allora lasciare che lo spettatore attraversi questa ambivalenza, senza necessariamente risolverla.



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