Come si porta in scena un aeroporto?

L’aeroporto è un luogo di passaggio, ma nel tuo testo sembra diventare una specie di limbo. Che tipo di spazio scenico hai immaginato?


L’aeroporto è spesso definito, riprendendo il pensiero di Marc Augé, un “non luogo”: uno spazio di transito costruito per far passare i corpi senza lasciare tracce. Quello che m’incuriosisce è proprio il momento in cui il flusso si interrompe.

In Lost & Found, infatti, non c’è solo l’aeroporto. Ci sono anche l’albergo, la cella, e il CPR (Centro di Permanenza per il Rimpatrio) – quelli che oggi vengono chiamati anche hotspot, cioè luoghi di identificazione e smistamento dei migranti, pensati per registrare, classificare, trattenere e poi decidere un destino.

C’è un momento, però, in cui qualcosa cambia. Quando l’attesa si prolunga, quando il corpo viene trattenuto, quando la lingua si rompe, questi ambienti smettono di essere neutri. Assumono una dimensione sempre più mentale, sempre più interiore.

In questo senso, lo spazio scenico non cerca un realismo preciso, ma una condizione. Un paesaggio instabile, essenziale, quasi astratto, che possa continuamente trasformarsi e riflettere lo stato interiore dei personaggi.

Infatti, più che ricostruire fedelmente un aeroporto o un centro di detenzione, volevo evocare la sensazione di essere ingabbiati dentro un luogo che non appartiene davvero a nessuno. Un limbo. Naturalmente questa è la traiettoria immaginativa da cui sono partita mentre scrivevo. Ma credo anche che il testo debba lasciare aperta una possibilità di traduzione scenica. M’interessa che lo spazio possa essere reinventato, attraversato da uno sguardo registico capace di trovare nuove forme di sospensione, concretezza o astrazione, senza chiuderlo in un’unica immagine definitiva.


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Cosa tiene insieme il bagaglio e l’uomo?

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Chi può muoversi e chi viene bloccato?