Chi può muoversi e chi viene bloccato?

C’è qualcosa di profondamente politico nel modo in cui viene raccontato il corpo in Lost & Found: quello dei due giovani europei e quello dell’uomo fermato. Chi può muoversi liberamente e chi invece viene bloccato, letto, archiviato.

Viviamo in un momento in cui il tema della mobilità è sempre più attraversato da tensioni: la crisi migratoria in Europa, l’inasprirsi dei confini, l’emergere di discorsi pubblici sempre più espliciti su esclusione, rimpatrio, selezione. E allo stesso tempo esiste un’enorme disparità nel diritto di movimento: ci sono corpi che attraversano il mondo con facilità e altri che vengono fermati, interrogati, rimandati indietro. Questo riguarda anche qualcosa di molto concreto, come il passaporto: un oggetto che determina il grado di libertà di una persona. È un privilegio invisibile finché non viene messo in discussione.

Detto questo, non parto mai da un tema in senso dichiarativo. Non mi attrae l’idea di piegare la scrittura a un messaggio, anche se non sempre è facile e non sempre ci riesco. Quello che voglio è creare una situazione in cui queste tensioni possano emergere, senza essere esplicitate. Perché credo che il teatro non debba dire cosa pensare, ma aprire una possibilità di sguardo.

Mi piacerebbe che ogni spettatore uscisse con una domanda, con una piccola frattura nel proprio modo di guardare. E quando dico “ogni spettatore”, intendo davvero tutti: chi si sente al sicuro dentro un sistema di privilegi e chi invece ne è escluso.


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