Maurizio Rippa: Lo spettacolo che mi ha portato a fare teatro nei luoghi più insoliti è stato senza dubbio Piccoli funerali, uno spettacolo scritto e interpretato da me. Nel tempo lo abbiamo portato in posti incredibili: boschi, giardini, grotte, chiostri, terrazze, cimiteri. Ogni luogo gli restituiva qualcosa di diverso. Tra tutti, ci sono due cimiteri che mi sono rimasti dentro più degli altri: il Cimitero delle Fontanelle, a Napoli, e il Cimitero Monumentale del Verano, a Roma. Sono stati incontri molto diversi, ma entrambi hanno lasciato una traccia profonda. Ci sono poi altri due luoghi che, per ragioni completamente differenti, considero fondamentali nel mio percorso.
Il primo è un condominio in un quartiere considerato difficile. Il mio primo sentimento è stato la paura. Pensavo: come si può fare uno spettacolo che richiede ascolto e una certa quiete in un posto che, almeno all'apparenza, sembra il suo opposto? Invece è successo esattamente il contrario. Ho trovato un'attenzione sorprendente, una partecipazione autentica, una disponibilità all'ascolto che non mi aspettavo. L'altro luogo è casa mia. O, meglio, quella che allora non era ancora casa mia. L'avevo appena acquistata: era un rudere, completamente distrutto. Nel periodo successivo al Covid, il Teatro di Roma organizzò una rassegna intitolata Condominio, portando gli spettacoli direttamente nei condomini. Così invitammo tutte le persone che, di lì a poco, sarebbero diventate i miei vicini. Fare Piccoli funerali in quella casa ancora spoglia, che esisteva soltanto come progetto e come desiderio, è stato una sorta di battesimo del luogo. Credo che sia stato proprio quel momento a farmi innamorare davvero di quella casa e a rendere il mio ingresso nel quartiere un'esperienza naturalmente condivisa. Sono passati cinque anni da quel giorno, ma continuo a pensare che quello sia stato uno dei luoghi più significativi in cui abbia mai fatto teatro.