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Deledda ha trasformato la Sardegna in materia letteraria universale. Tu la osservi dalla distanza: da Roma, dall'Europa, da ovunque sei stata. Che cosa resta, si trasforma o ritorna dell'identità sarda quando la si vive da lontano?

È complesso, perché già solo la parola "identità" vuol dire tantissime cose. C'è qualcosa che ci portiamo dentro. Non so se chiamarla identità sarda, che poi diventa l'Ichnusa, la bandiera dei quattro mori che finisce come logo sulle magliette sportive. L'identità, o l'appartenenza, o il bagaglio personale legato a un territorio, è qualcosa di molto forte, endemico, profondissimo, che ci portiamo dentro nell'immaginario, nel modo di parlare, di muoverci, di guardare.

Lo collego a Irrimediabile Mondo: a un certo punto dico che solo chi è nato dove sono nata io conosce il vuoto e il paesaggio sterminato. A Roma mi è capitato che mi dicessero «andiamo là, è un posto isolato, nel vuoto». Ci vado e dico: scusate, ma là c'è una luce, là c'è una fabbrica, di cosa state parlando? Fatevi un po' di strada nel mezzo della Sardegna e capirete cos'è l'assenza dell'essere umano dal paesaggio.

Non so se quella è l'identità sarda, ma è il mio sguardo, che porto dietro ovunque vada nel mondo: il modo di concepire cosa è urbanizzato e cosa è paesaggio, un modo di porsi, un modo di essere, un modo dell'ironia. Ci portiamo dietro il luogo. E un luogo come la Sardegna ha una cultura fortissima, con tutte le sue bellezze ma anche con tutte le sue contraddizioni. Perché altrimenti diventa solo un'identità piatta, da cartolina.



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