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Sei a Rebeccu per Ischeliu, la residenza dedicata al diario delle radici, con dieci artisti sardi emigrati o sardodiscendenti arrivati da USA, Inghilterra, Irlanda e Italia. Con Campesina tu hai scavato nelle tue radici, cosa hai portato a chi comincia ora questo lavoro?

Penso di aver avuto più la forma di una mediatrice: tutor, mediatrice, una trasmissione. Cosa ho portato? Sicuramente la mia pratica, la mia esperienza, e poi un invito al gioco. Un invito anche a potersi allontanare: stare nelle radici ma allontanarle, capovolgere, non prendersi troppo sul serio, sperimentare. Ho portato anche la mia esperienza nelle pratiche collaborative e partecipative, questa apertura al mondo per poi riportarlo a sé. Come farsi influenzare, come non stare ancorati al proprio credo, all'idea che delle mie radici debba parlare in questo modo, con questa forma, con questo risultato.

Quello che abbiamo cercato di fare è stato scardinare tutto: buttiamo i nostri materiali, scombiniamoli, agganciamoci all'altro, buttiamo tutto per aria e iniziamo da zero. Oppure al contrario: quell'idea la apro, la sviluppo con altre persone. Lasciarsi attraversare dall'inaspettato, che è quello che è successo a me grazie alle residenze: se fossi rimasta nella mia cameretta a voler parlare di me, con la presunzione di poter parlare di me, forse non ci sarei riuscita.

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