Un processo, un testo, un luogo che torna a vivere: Lost&Found a MusaMadre
C'è un borgo nel Meilogu, in Sardegna, che la leggenda vuole non debba mai superare le trenta case. Per secoli ha rispettato il patto: Rebeccu si è svuotato lentamente, fino a ridursi a sei abitanti nel 1950. Oggi 369gradi e la sua direttrice Valeria Orani lo stanno trasformando in qualcosa di raro — un centro vivo di produzione e fruizione culturale, sede del festival multidisciplinare MusaMadre e di un programma stabile di residenze artistiche. Non un recupero folkloristico. Un ecosistema in cui la cultura si genera, si abita, si lascia contaminare dal territorio.
È qui che nell'agosto 2025, nell'edizione di MusaMadre dedicata al tema dell'Alterità, Lost&Found ha preso forma per la prima volta davanti a un pubblico. Nalini Vidoolah Mootoosamy ha portato il testo in residenza insieme al regista Alberto Cavalleri e a un nucleo di attrici e attori, lavorando per giorni fino alla restituzione pubblica: non uno spettacolo finito, ma un processo reso visibile — che è esattamente il senso di una residenza quando funziona davvero.
A margine di quei giorni, Radioframmenti — il progetto di radio web itinerante ideato e condotto da Maria Genovese, autrice e conduttrice radiofonica che da anni porta il suo studio mobile tra i festival e i luoghi della cultura — ha incontrato Nalini per una conversazione. Quello che emerge è una voce che non si mette in posa.
Sul testo, Nalini è diretta fino alla sorpresa: «Parto da un dato negativo. Io non volevo scriverla, questa storia». Aveva già attraversato la migrazione, la fortezza europea, le narrazioni di confine. Voleva distanza. Il testo è nato lo stesso, ma con un punto di vista preciso, conquistato: «Non volevo concentrare il mio sguardo solo sul migrante. Volevo un testo che potesse parlare a tutti delle difficoltà che incontriamo quando viaggiamo, dei rischi nel momento in cui decidiamo di preparare la valigia e uscire di casa».
Una drammaturgia che rifiuta la gerarchia tra le fragilità, che non distribuisce torti e ragioni. «Uno dei miei primi obiettivi è non giudicare i miei personaggi. Cerco di vederli nelle loro diverse sfaccettature umane, perché noi siamo tutti degli esseri pieni di contraddizioni». E ancora: «Non ho risposte. Sono più delle indagini che faccio. A volte i miei testi sembrano incompiuti — ma è semplicemente che per me è più interessante portare le persone a interrogarsi attraverso le mie domande».
Rebeccu, in tutto questo, non è solo lo sfondo. È parte della materia del lavoro. «Siamo sempre costretti a essere performativi continuamente», racconta Nalini. «Qui ci siamo presi quel tempo di non performatività, ma di libertà di esistere e di essere un tutt'uno con l'ambiente, con le persone. Questo è qualcosa che ti nutre. Sono riuscita a fare tutto quello che ho fatto per un anno intero a ragione di questa esperienza».
Il resto — le riflessioni sulla dimensione sonora del testo, il racconto del processo creativo, la voce del regista Alberto Cavalleri — è nell'audio. Vale l'ascolto.