Il vostro lavoro è ispirato ai “Comizi d’amore” di Pasolini. Oggi, ciò che le persone sono disposte a dire rispondendo alle stesse domande, è cambiato? E come?
PA: È una reference di partenza si. Io ho la sensazione che in un mondo in cui ogni essere umano è un potenziale broadcaster di sé stesso, costantemente a contatto con dispositivi di ripresa video e relativi schermi, sia cresciuto un po' il sentimento del sospetto di fronte alle telecamere. Di base noto una parsimonia nel farsi intervistare, sapendo che quelle immagini possano subire manipolazioni e decontestualizzazioni. Anche in passato, nel documentario capolavoro di Pasolini, anche lui notava una certa diffidenza e non tutte le persone prendevano confidenza col mezzo telecamera, molte rifiutavano di esprimersi restituendo così un quadro parziale della comunità incontrata.