Qual è stata la difficoltà maggiore di portare in palcoscenico, regno del corpo, una storia digitale, dove la fisicità esiste solo dietro uno schermo?
PA: l’intuizione formale e la sfida del progetto è stata proprio quella dare corpo ad un ambiente digitale, habitat naturale del tema del progetto. Abbiamo trattato superfici diverse come fossero degli schermi, non solo il fondale del palco ma anche la maglietta di PA, per esempio, in cui viene sottolineato il suo primo piano durante la proiezione del documentario. Poi è nata la necessità e l’idea di superare quell’ambiente e infatti più passa il tempo e più ci stacchiamo letteralmente dagli schermi, prendiamo distanza attraverso lo spazio scenico e ci avviciniamo sempre di più tra di noi e al pubblico. Drammaturgicamente parlando è stata la scelta più efficace a nostro avviso.