Visto per voi - di Flavia Caroppo

Il processo come forma.

Lost&Found e il modello della residenza

C'è un momento nella vita di un testo teatrale in cui smette di appartenere a chi l'ha scritto. Non è il debutto. È prima: è quando le parole incontrano un corpo, uno spazio, un respiro che non era stato immaginato. È lì che il lavoro comincia davvero.

Nalini Vidoolah Mootoosamy lo sa, e lo dice con quella precisione che distingue chi ha riflettuto a lungo su come si fa — non solo su cosa si fa: «Nell'incontro con il corpo dell'attore o dell'attrice, il testo si sposta, perde equilibrio, cambia consistenza. Ed è lì che il lavoro comincia davvero: quando la scrittura smette di essere qualcosa di fisso e diventa una materia viva, attraversata da respiri, resistenze, presenze».

Lost&Found è un progetto costruito intorno a questa convinzione. Non un testo che cerca una produzione, ma un processo che cresce per tappe, in luoghi diversi, con interlocutori diversi — e che 369gradi accompagna con un modello di sviluppo fondato su residenze successive, in realtà differenti, con tempi distesi di maturazione.

Rallentare per capire

«Per Lost&Found la residenza è stata soprattutto la possibilità di rallentare, di non dover decidere subito cosa il lavoro dovesse diventare». Nalini conosce bene la pressione che il sistema teatrale esercita sui processi creativi: «Credo che oggi i processi creativi vengano spinti troppo rapidamente verso una forma definitiva, mentre alcuni progetti hanno bisogno di tempo per capire davvero cosa stanno cercando».

Il tempo lungo cambia le cose in modo concreto, non metaforico: «Alcune parti del testo sono emerse proprio nello spazio, attraverso il corpo, il ritmo, la ripetizione. Senza quel tempo lungo probabilmente ci saremmo fermati troppo presto alla prima soluzione possibile». La residenza, per Nalini, non è un supporto produttivo. È una condizione: «È la possibilità di lasciare il lavoro aperto abbastanza a lungo da permettergli di cambiare davvero».

Mostrare prima che sia pronto

Condividere il processo con il pubblico mentre è ancora in corso è una pratica fertile e rischiosa insieme. Nalini usa un'immagine chirurgica: «Per me assomiglia a un'ecografia: stai mostrando qualcosa che è vivo, in trasformazione, ma che non è ancora pronto a stare nel mondo nella sua forma definitiva. Tu, da dentro il processo, percepisci una direzione, una possibilità di crescita; chi guarda, invece, vede solo un frammento isolato e può facilmente scambiarlo per qualcosa di già concluso».

Il rischio è reale: «Se non si è abbastanza solidi dentro il lavoro, si rischia di lasciarsi bloccare troppo presto da uno sguardo o da un giudizio su qualcosa che deve ancora trasformarsi». Per questo la restituzione in itinere non serve a validare il progetto. Serve a capire cosa accade nell'incontro con uno sguardo esterno. La differenza non è sottile.

Un progetto che si modifica nel tempo

«Lost&Found è un progetto che continua a modificarsi molto a seconda del luogo e del tempo in cui viene attraversato». Ogni residenza lascia un segno nel testo e nella scena. Ogni contesto sposta qualcosa. «Lavorare attraverso tappe ha permesso al progetto di non fissarsi troppo presto. Mi interessa l'idea che un progetto possa crescere progressivamente, anche attraverso deviazioni, ritorni, momenti di dubbio. È un processo meno lineare, che richiede una certa capacità di restare nell'incertezza».

L'incertezza, qui, non è un limite. È il metodo. «Per molto tempo il lavoro esiste soltanto come intuizione, come immagine mentale. Poi però arriva un momento in cui inizi finalmente a vederlo accadere davvero nello spazio scenico, nei corpi, nel ritmo, nelle relazioni tra gli interpreti. E credo che questa possibilità di vedere il progetto uscire dalla propria immaginazione e prendere forma concretamente sia anche il risultato del tempo che gli è stato concesso per maturare».

La ricerca prossima è nella direzione della sottrazione: «Togliere, sottrarre, lasciare emergere il gesto nella sua necessità. Non tanto ritrovare qualcosa, ma avvicinarmi a una forma più essenziale, dove il corpo e la parola non si sovrappongono, ma si ascoltano». Un'ambizione precisa, che richiede ancora tempo. Ancora spazio. Ancora luoghi disposti ad accogliere un lavoro che non ha ancora finito di scoprire cosa è.

Le prossime tappe

Il percorso fin qui ha attraversato Rebeccu con MusaMadre, Paulilatino, in collaborazione con Sardegna Teatro e la Corte Ospitale di Rubiera. In autunno Lost&Found arriva in Puglia: una residenza presso lo Spazio Dimora Carlo Formigoni a Ostuni, con una prova aperta al Teatro Comunale di Massafra. A dicembre il progetto dovrebbe approdare alla MaMa di New York per uno studio sul testo in lingua inglese.

Lost&Found è un progetto in movimento, costruito per crescere in dialogo con i luoghi che lo ospitano. 369gradi è alla ricerca di nuovi contesti, nuovi interlocutori, nuove tappe.  Chi vuole sapere dove e come entrare in questo percorso trova tutto qui: 369gradi.it/progetti/lostandfoundresidenza.