Il paesaggio come pagina da scrivere

Dieci persone sedute per terra, sulle pietre della piazza centrale di Rebeccu. Guardano gli architravi delle porte, il muschio, i ciottoli che nelle stradine si incanalano verso il centro per far scorrere l'acqua piovana. Qualcuno dirà che le pietre cadute sono “stanche” e che i muri rimasti in piedi sono “resilienti”; qualcun altro paragonerà i canali di scolo a un sistema sanguigno. Poi scrivono. È così che il 12 e il 13 settembre è cominciato «Esercizi narrativi di attenzione», il laboratorio condotto a Rebeccu da Maria Luisa Mura nel programma di MusaMadre - Le Stagioni della Lettura e del progetto speciale Grazia Ritrovata.

Le due giornate hanno avuto un gradiente progressivo. Prima la piazza, attraversata seguendo Georges Perec, l'autore francese dell'Oulipo che nel 1974 passò tre giorni in una piazza di Parigi per provare a esaurirla, per capire cosa succede in un posto quando non succede niente. Poi il naturale, con la camminata fino alla fonte sacra di Lumarzu, a qualche chilometro dal paese. Infine l'arpentage, una pratica nata nelle fabbriche francesi per l'educazione operaia: il libro viene strappato e diviso tra i partecipanti, e tocca a chi legge ricostruirne il significato e raccontarlo agli altri.

Il punto di partenza era Grazia Deledda, ma non nel modo che ci si aspetta. «Non mi interessa situare ancora una volta Grazia Deledda a Nuoro», dice Mura. «Mi interessa capire come, se e attraverso quali pratiche la sua opera entra in risonanza con il mio vissuto di oggi». Il laboratorio ha lavorato sulla ricezione sociale della scrittrice, cioè sul modo in cui la sua opera è stata letta e usata: strumentalizzata, in molti casi, per costruire il mito di una Sardegna autentica, ancestrale, primitiva. Un mito che Deledda non ha creato. Nella prefazione di David Herbert Lawrence a La madre, che tradusse per primo in inglese, il termine «istintivo» compare diciotto volte. La sera è toccato a Sardegna come un'infanzia di Elio Vittorini, nato da una crociera letteraria sui luoghi deleddiani: l'opera è stata scomposta e ricomposta pagina per pagina.

Nel frattempo, dal camminare e dal guardare erano uscite parole nuove per nominare quello di cui non si conosce il nome: una pianta esplosiva, una foglia batuffolosa, un albero spaghettato. E una constatazione: a Rebeccu le vie portano tutte nomi di storia nazionale italiana o legati al Regno di Sardegna (via Regina Elena, via Gorizia) e nessuno che richiami la pietra, l'acqua, i muschi, le formiche di cui il paese è fatto. Da qui l'idea di ricartografare. «La mappa nasce come strumento di guerra, per controllare un territorio, per possederlo, per addomesticarlo», spiega Mura. «La mia idea era invece di utilizzare la narrazione come strumento di cartografia».

Quello che resta è affisso su una parete di una piazza di Rebeccu: un cartellone da cui pende, legato a uno spago, un libro fatto di pagine strappate, scritture diverse e una foglia di fico d'India. Accanto, lenzuola appese con le mollette. Tutti materiali effimeri, scelti di proposito: pioverà, e il rischio che si rovinino fa parte del lavoro nello spazio pubblico. Per non disperderlo del tutto, il libro è stato letto ad alta voce e registrato dalle partecipanti in una traccia audio corale.

Mura, nata a Sassari nel 1994, è dottoressa di ricerca in geografia letteraria e nel 2024 ha fondato Ischìre, collettivo mobile di geografia letteraria. La disciplina di cui si occupa nasce negli anni Settanta e studia il rapporto tra i testi e i luoghi: «Si interessa non solo al modo in cui la letteratura ha a che fare con il territorio e lo racconta, ma anche a come oggi possiamo utilizzare i testi letterari per renderci conto di una serie di fenomeni trasformativi che riguardano l'abitare». Fenomeni che hanno nomi precisi: transizione energetica, marginalizzazione culturale, estrattivismo.

Maria Luisa Mura Laboratorio