[aspettano soltanto qualcuno che le accenda]


Le piazze non sono mai vuote

C'è una cosa che quasi tutti ricordiamo delle estati di una volta, anche se apparteniamo a generazioni diverse. Non è una canzone, né un luogo preciso. È una sensazione. Era la certezza che, uscendo di casa dopo cena, qualcuno ci sarebbe stato. Bastava attraversare il portone, raggiungere la piazza del quartiere, sedersi su un gradino o trascinare una sedia fuori dal balcone. Le persone arrivavano una dopo l'altra. Qualcuno passava in bicicletta, qualcun altro tornava dalla gelateria, altri ancora si fermavano soltanto cinque minuti e finivano per restare tutta la sera. Le conversazioni cambiavano direzione continuamente, i bambini correvano fino a tardi, gli adulti parlavano del tempo, del lavoro, delle vacanze, della politica. Nessuno aveva organizzato davvero niente, eppure succedeva qualcosa. 

Oggi quelle sere sembrano appartenere a un'altra epoca. Le città sono diventate più veloci, gli spazi pubblici spesso vengono attraversati più che abitati, e perfino incontrarsi richiede un'agenda condivisa. Ci si scrive, si fissa un orario, si sceglie un locale. È raro che una piazza riesca ancora a produrre relazioni spontanee.

Poi arriva agosto.

A Roma è il mese che più di ogni altro rende visibile questa trasformazione. Le strade si svuotano. Per qualcuno è una liberazione. Per molti altri, soprattutto per chi resta in città, è il momento in cui il silenzio rischia di trasformarsi in isolamento.

Eppure basta poco perché quello stesso silenzio cambi significato.

Basta una luce, qualche sedia, un palco.

Da cinque anni è quello che succede alla Garbatella.

Durante la prima settimana di agosto, Piazza Damiano Sauli smette di essere soltanto uno spazio urbano e torna a essere un luogo di incontro. Lo fa grazie a M'Illumino di Teatro a Garbatella, il festival ideato da 369gradi, promosso da Roma Capitale e realizzato con il patrocinio del Municipio VIII, che ogni estate restituisce alla piazza la sua funzione più antica: mettere le persone una accanto all'altra.

Non è soltanto un festival di teatro all'aperto.

È un modo diverso di immaginare lo spazio pubblico.

Ci si arriva con una sedia pieghevole o con un cuscino sotto il braccio. C'è chi viene tutte le sere e chi scopre il festival passando per caso. Ci si siede vicino a persone mai viste prima, si commenta uno spettacolo con il vicino di posto, si rimane a parlare quando gli artisti hanno già lasciato il palco. Per qualche ora la piazza torna a essere un salotto condiviso, senza muri e senza inviti.

È forse questo il gesto più politico del festival: ricordarci che la cultura non serve soltanto a riempire un cartellone, ma può ricostruire abitudini collettive che sembravano perdute.

La direzione artistica di Alessia Esposito continua a seguire proprio questa idea. Ogni edizione mette insieme linguaggi molto diversi - teatro contemporaneo, musica, circo, comicità, teatro partecipativo - con un criterio semplice ma molto chiaro: offrire gratuitamente spettacoli che potrebbero trovare spazio nei cartelloni dei maggiori teatri italiani.

L'edizione di quest'anno si apre con un'immagine destinata a rimanere impressa.

Il 1° agosto il Teatro dell'Opera di Roma arriva nel cuore della Garbatella con Nessun Morda!, uno spettacolo nato insieme a Fabbrica - Young Artist Program. Sul palco ci sono Gioia Salvatori e Maurizio Rippa, accompagnati dai giovani interpreti dell'Opera.

L'idea è raccontare quelle arie che tutti conosciamo senza sapere davvero da dove arrivino. La donna è mobile, Nessun dorma, il brindisi della Traviata fanno ormai parte della memoria collettiva italiana. Le fischiettiamo, le canticchiamo, le deformiamo. Eppure spesso ignoriamo le storie che custodiscono.

Così l'opera torna alle proprie origini: smette di essere percepita come un linguaggio esclusivo e ritrova la dimensione popolare con cui è nata. Una musica capace di abitare la piazza prima ancora che il teatro.

Il giorno successivo cambia completamente atmosfera.

Con Saga Salsa, il pubblico prende posto attorno a una vera tavolata. Si mangia davvero, mentre la vicenda di tre donne - nonna, madre e figlia - accompagna gli spettatori nell'ultimo giorno di vita del ristorante di famiglia. Qui il cibo non è una scenografia, ma diventa linguaggio: racconta affetti, eredità, conflitti, gesti di cura che attraversano le generazioni.

Il 3 agosto arrivano Lorenzo Maragoni e Niccolò Fettarappa con Solo quando lavoro sono felice, uno spettacolo che fotografa con precisione chirurgica il rapporto quasi patologico che la nostra epoca intrattiene con il lavoro. È ironico, feroce, profondamente generazionale, ma finisce per parlare a chiunque si sia trovato almeno una volta a confondere la propria identità con la produttività.

Il 4 agosto la piazza cambia ancora pelle.

Con Paolo Piludu basta una racchetta da ping pong per costruire un universo fatto di clownerie, giocoleria e comicità fisica. Il giorno dopo arrivano invece le Wunder Tandem, capaci di trasformare un concerto in uno spettacolo teatrale dove fisarmonica, percussioni e voci si rincorrono in mash-up imprevedibili. A quel punto la distinzione fra palco e platea diventa sempre più sottile: qualcuno canta, qualcun altro si alza a ballare, la piazza diventa una festa.

Il 6 agosto è il momento di Loco-Motiv di Gambeinspalla Teatro, uno spettacolo sospeso fra teatro di figura, poesia visiva e immaginario steampunk. Bolle di sapone, macchine sceniche, vento, piccoli effetti sorprendenti costruiscono un mondo in cui lo stupore nasce da elementi semplicissimi. È uno di quei lavori che riescono a parlare contemporaneamente ai bambini e agli adulti, senza semplificare il proprio linguaggio.

Infine, il 7 agosto, il festival si chiude con ZTL - Zona a Traffico Limitato di Andrea Rampazzo. Qui il pubblico smette definitivamente di essere spettatore e diventa parte dell'azione scenica. Attraverso piccoli gesti condivisi, lo spettacolo invita a riflettere sul modo in cui abitiamo gli spazi, su ciò che ci divide e su ciò che ci permette ancora di costruire una convivenza.

Ed è forse questa l'immagine che resta quando le luci si spengono.

Non tanto il ricordo di uno spettacolo, ma quello di una piazza piena che può ancora ricordarci che una città continua a esistere finché esistono luoghi in cui le persone scelgono di stare insieme.