Cosa significa fare cultura
in un villaggio medievale
«Dal caos della metropoli per eccellenza, New York, mi sono svegliata nel silenzio assoluto». Così Valeria Orani ha raccontato il primo incontro con Rebeccu, il villaggio medievale di trenta case, quasi tutte vuote, sull'altura del Meilogu. È da quel silenzio che è nata l'idea di fare cultura in un villaggio medievale disabitato.
Da anni una domanda attraversa il teatro contemporaneo: cosa è diventata la forma-festival?
Troppo spesso un accumulo — quattro, cinque spettacoli al giorno, compagnie che arrivano, montano, recitano, smontano e ripartono senza nemmeno il tempo di una cena. Il critico Graziano Graziani ha descritto Rebeccu come il rovescio esatto di quella bulimia: un luogo dove ciò che manca pesa quanto ciò che c'è, e dove «le persone si fermano un po' di più».
Sapersi fermare
La sfida che Rebeccu propone è precisamente questa: sapersi fermare. Fare cultura in un villaggio quasi vuoto significa prima di tutto sostare abbastanza a lungo perché un paesaggio diventi presenza, un rudere suggerisca una storia, una strada silenziosa torni a contenere relazioni. Significa cambiare ritmo — e con il ritmo, la misura di ciò che conta.
Dove la vita quotidiana si è assottigliata, ogni gesto risuona più forte: una porta che si apre, una luce accesa, una prova, una lettura, viandanti che si affacciano per capire cosa accade dietro una soglia. Tutto torna a essere segnale, ogni presenza riacquista peso. Svanisce l'ansia del pubblico scarso, la pressione dei numeri e dei risultati da esibire — quella contabilità che, come ha osservato la critica, dice poco della qualità reale di ciò che accade. Riaffiora il piacere di fare, di creare, di essere. Scompare il giudizio.
Chi abita il villaggio
Fare cultura a Rebeccu impone una domanda su chi il villaggio lo abita. Per una notte, una settimana, o più.
Lo abitano i residenti del territorio, le comunità che vi riconoscono un pezzo della propria storia; e poi gli artisti in residenza, gli studiosi, i viaggiatori, chi torna da lontano e chi arriva per la prima volta. La relazione diventa possibile solo quando si entra nel ritmo che il luogo impone, quando la presenza smette di essere estranea.
L'abitare diventa allora una pratica condivisa, anche se temporanea: stare, prendersi cura, lasciare qualcosa, portare via una responsabilità. È uno scambio concreto di saperi e di beni nati dal lavoro di tutti — la carne e il formaggio dell'allevatore, i prodotti dell'orto, il pane e i dolci nati da mani sapienti.
E allo stesso modo, col contributo di ciascuno, l'arte cresce spontanea in questo luogo unico. Non è retorica dell'accoglienza, ma un metodo. Con format come Open House il processo creativo viene aperto al pubblico, e la comunità non è platea da convocare ma parte attiva del lavoro.
Dietro c'è una posta in gioco altissima. C’è la sfida contro lo spopolamento che svuota i borghi della Sardegna interna. C’è la visione di una donna sarda, Valeria Orani, e una speranza che non nasconde: «Quella di costruire qualcosa che possa rimanere. Per chi in questo territorio è nato».
Una forma diversa di abbondanza
È un'altra idea di abbondanza, che non sta nei numeri ma nella qualità di ciò che riesce a tenere insieme — ed è, prima ancora di un programma di eventi, la vera forma della rigenerazione di un borgo.
C'è una differenza sottile, ma decisiva, tra riempire un luogo e abitarlo. Riempire è facile, e dura quanto un cartellone; abitare chiede continuità e la disciplina poco spettacolare di tornare. A Rebeccu il vuoto non è un problema da risolvere a colpi di eventi: è la condizione con cui si lavora, la materia stessa del progetto.
Ogni residenza, ogni prova, ogni incontro non lo copre ma lo interroga — e lascia un segno che resiste anche quando le case tornano silenziose. È un lavoro che si misura sui tempi lunghi, e porta con sé una responsabilità precisa: non usare il borgo come fondale, ma restituirgli qualcosa.