Com’è stato portare in scena, regno del corpo, una storia dove la fisicità è solo digitale?

Pietro Angelini: l’intuizione formale e la sfida del progetto è stata proprio quella dare corpo ad un ambiente digitale, habitat naturale del tema del progetto. Abbiamo trattato superfici diverse come fossero degli schermi, non solo il fondale del palco ma anche la maglietta di Pietro Angelini, per esempio, sulla quale viene sottolineato il suo primo piano durante la proiezione del documentario. Poi è nata la necessità e l’idea di superare quell’ambiente e infatti più passa il tempo e più ci stacchiamo letteralmente dagli schermi, prendiamo distanza attraverso lo spazio scenico e ci avviciniamo sempre di più tra di noi e al pubblico. Drammaturgicamente parlando è stata la scelta più efficace a nostro avviso.


Pietro Turano: nessuna difficoltà, in scena ci sono i corpi. Poi c’è la loro rappresentazione dentro una videochiamata, ma noi siamo lì, presenti, sulla scena. Anche la relazione muta nel corso dello spettacolo, uscendo sempre più allo scoperto.

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Relazioni e bisogni emotivi online e offline: mondi incompatibili? Complementari? O…?