Rispetto ai Comizi d’amore di Pasolini, ciò che si è disposti a dire rispondendo alle stesse domande è cambiato?
Pietro Angelini: Ho la sensazione che in un mondo in cui ogni essere umano è un potenziale broadcaster di sé stesso, costantemente a contatto con dispositivi di ripresa video e relativi schermi, sia cresciuto un po' un sentimento di sospetto di fronte alle telecamere. Di base noto una parsimonia nel farsi intervistare, sapendo che le immagini possono subire manipolazioni e decontestualizzazioni. Anche in passato, nel documentario capolavoro di Pasolini Comizi d’amore (reference di partenza di questo lavoro), lui notava una certa diffidenza: non tutti prendevano confidenza col mezzo telecamera, molti rifiutavano di esprimersi restituendo così un quadro parziale della comunità incontrata.
Pietro Turano: Non credo che oggi sia possibile raggiungere la stessa genuinità che raggiunse Pasolini. Oggi il rapporto con il mezzo della camera è troppo diffuso, noto, accessibile: tutte le persone sono a contatto con lo strumento video e con l’esposizione mediatica (qualsiasi sia il media).