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                                                                                        > Carmelo Alù   

 Woyzeck!                   

di Georg Büchner

riscrittura  Letizia Russo

regia  Carmelo Alù

movimenti  Chiara Taviani

con  Marco Quaglia

produzione 369gradi

con il sostegno di

ARTEFICI.ResidenzeCreativeFvg di ArtistiAssociati, 

Periferie Artistiche – Centro di Residenza Multidisciplinare della Regione Lazio, Teatro Biblioteca Quarticciolo,

Kilowatt Festival

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info: Alessia Esposito

info@369gradi.it

Woyzeck è un uomo semplice, un barbiere per l’esercito. Non è sposato ma ha avuto un figlio da una donna, Marie, e per sostentare questa famiglia illegittima è anche cavia umana di un medico che lo sottopone ad assurde diete ed esperimenti. Marie viene però sedotta da un soldato molto più aitante di Woyzeck.

Quando il seme della gelosia viene instillato nella fragile mente del soldato semplice gli eventi, dentro e fuori la testa, precipitano: Woyzeck comprerà un coltello e ucciderà Marie nei pressi di uno stagno. Poi impaurito dalle conseguenze tornerà sul luogo del delitto per nascondere l’arma nel fondo di quelle acque. Altro non sappiamo.

 

Portare Woyzeck solo in scena significa togliere lo sguardo centenario attraverso cui il mondo esterno ci ha sempre raccontato quest’uomo. Uno sguardo tuttavia ragionato. Ma quell’uomo, da solo in scena, è portatore di una follia unica, perché mentre la ragione come compendio di regole ci rende tutti uguali, la nostra follia è solo nostra, non somigliamo a nessuno quando lasciamo i nostri confini razionali.

La solitudine ci rivela quindi la storia di un avvelenato da esperimenti scientifici sulla nutrizione, causa del suo stato psicologicamente e fisicamente alterato. Un corpo intossicato quindi è oggi un’enorme possibilità sul piano scenico perché ci aiuta a vedere il corpo come espressione del rapporto con l’ambiente-mondo e non più un corpo rappresentazione individuale del rapporto con l’anima. Ma la solitudine in scena di Woyzeck lascia spazio a fantasmi nascosti, a paure inespresse ma presenti: essere padri, ed essere riconosciuti come tali. C’è un figlio, un bambino, in questa storia. È un bambino che porta il nome del padre e che col padre condivide un destino imbevuto di follia e mai di ragione. 

Seguendo questa direzione il Woyzeck “abbandonato” e folle porta con sé la poesia della danza, un corpo folle appunto; da qui la collaborazione artistica con Chiara Taviani, che negli ultimi anni ha portato la sua ricerca sulla forza del gesto drammaturgico, forte dell’esperienza decennale con Balletto Civile.

L’attore sul palco, da solo, non si racconta né si spiega e proprio come un danzatore non è più a servizio di un pubblico attento solo al banale susseguirsi degli accadimenti del testo. 

La drammaturgia di Letizia Russo gratta il testo, lo spoglia di tutte le impalcature storiche delle varie critiche e lo riconsegna    a un unico attore. 

La danza non più scissa dalla parola ma fondale inesauribile da cui la parola fuoriesce.