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                                                                                               > Valentino Villa   

 Au Bord  

di Claudine Galea

traduzione di Valentina Fago

 

regia di Valentino Villa

con Monica Piseddu

 

movimento Marco Angelilli

lighting and stage design Sander Looner / ARP Theatre Limited

sound design Fred Defaye 

assistente alla regia Andrea Dante Benazzo

 

produzione Romaeuropa Festival e 369gradi

in coproduzione con LAC Lugano Arte e CulturaTriennale Milano

con il sostegno di Toscana Terra AccoglienteOlinda

 

I diritti dell'opera “Au Bord” di Claudine Galea sono concessi da L'Arche Editeur, Parigi, in collaborazione con Zachar International, Milano

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info: Alessia Esposito

info@369gradi.it

Valentino Villa

«Quello che mi piace dell’immagine è che apre lo sguardo, lo approfondisce. Non parlo mai d’interpretare l’immagine, parlo del fatto che l’immagine si rivela lentamente se lo sguardo ha la possibilità di soffermarsi» ha affermato la drammaturga francese Claudine Galea parlando del suo Au Bord.

 

Era il 28 aprile del 2004 quando, un programma della CBS mostrava per la prima volta al mondo le immagini delle torture e degli abusi subiti dai prigionieri iracheni nel carcere di Abu Ghraib sconvolgendo l’opinione pubblica internazionale. Ossessionata dall’immagine di una soldatessa che tiene al guinzaglio uno dei prigionieri, la drammaturga e scrittrice (Gran Prix per la letteratura drammatica nel 2011 e nel 2019) costruisce nel suo testo un percorso di indagine sulla forza sconvolgente di questi documenti e sul modo in cui dialogano con la nostra intimità e con la parte più torbida della nostra storia personale. 


Per portare in scena la complessità di questo percorso, il regista Valentino Villa e l’attrice, più volte Premio Ubu, Monica Piseddu scelgono di astrarsi dal mero affondo personale per tornare ad una dimensione più universale e collettiva del teatro, soffermandosi sulla sua capacità di assorbire, pensare, creare e alterare immagini e percezioni. In che modo questi documenti visivi ci ri-guardano? In che modo si sedimentano nel nostro inconscio? Come il documento di un’immagine di tortura può generare immagini di desiderio, un ventre materno, la crudeltà di una donna amata?